Una maglia e tanti ricordi

Da bambini, quando cresciamo accanto al nostro papà, apprendiamo tutto di lui. I gesti, i modi di fare, il modo di parlare e quello di pensare. Per noi il papà è il primo super eroe, quello che ci protegge e ci tiene la mano quando siamo stanchi. Questa è l’immagine che ho di mio padre. Io con la mano stretta nella sua che camminiamo lungo il viale del bar del tennis. Davanti a noi lo Stadio Olimpico, uno stadio scoperto con delle lunghe panche verdi come sedili.

Le maglie della Lazio erano quelle con una grande aquila stampata sul petto e le ali che abbracciavano interamente il calciatore. Sono cresciuto così, con una Lazio tra alti e bassi, più bassi che alti, ma che trasmetteva un’energia enorme, una forza di sopravvivenza che nessuna squadra di calcio potrà mai dimostrare.

Quella Lazio era piena di giocatori paragonabili ad eroi, quei calciatori di una volta, che non mollavano mai un solo centimetro. Li vedevi entrare in campo quasi scoglionati, ma che quando arrivavano al centro del campo per salutare il pubblico, diventavano leoni. Animali feroci che volevano solo la preda.

Indossavano quelle maglie, forse le più belle maglie del mondo. Non c’era lo stemma societario stampato piccolo da una parte sul petto. La stessa maglia era lo stemma. Non uno stemma a rappresentare una squadra o a identificare una tifoseria, ma una intera maglia a racchiudere tutto.

Era l’anno della serie B e dei -9, della trasferta fiume ad Arezzo, del goal di Fiorini quasi allo scadere e delle lacrime di Fascetti. Era l’anno della sopravivenza e della follia. Quella maglia della Lazio ha sicuramente dato uno stimolo in più a quella squadra di “disperati” in cerca di gloria, perché solo quello potevano avere. La gloria.

Io bambino di 12 anni sentivo i miei amici parlare di Roma e di Juve. Io potevo dire di essere andato allo stadio a vedere Lazio – Campobasso. Io però avevo la maglia da calcio più bella del mondo indossata da eroi che hanno tenuto in vita una passione contro tutto e tutti.

Io non avevo zebre o lupi cuciti in un angolo della maglia. Io avevo il mio simbolo stampato sul petto che mi abbracciava e mi proteggeva. Io non avevo la mia squadra nel cuore, io la Lazio ce l’avevo addosso!

Rivedendo quelle maglie sul sito Museo delle Maglie, mi sono tornate in mente tante cose, i viaggi in treno per andare allo stadio, il panino magiato seduto sul marciapiede sotto la Nord prima di entrare, i gradini fatti di corsa perchè il treno aveva fatto ritardo, la mia bandiera al vento e papà che mi riprendeva sempre. "Non ti ci porto più allo stadio se continui a fare così". Lo so papà, ero scalmanato, ma quell’ardore, quell’amore per quella maglia me lo hai trasmesso tu. Non ci posso fare nulla!

Giù le mani dal nostro futuro!

Stai seduto in macchina e stai tornando a casa. La prima cosa che fai è accendere la radio, ti togli la giacca e metti in moto.

Dai che stasera faccio presto, mando tutto a fare in culo e passo due ore con mio figlio!
L’autoradio sintonizzata perennemente su Radio Deejay. Alle 17:00 spaccate La Pina e Diego. Il traffico non c’è. Grande! Ho il sorriso stampato in faccia.

Stasera arrivo prestissimo!!

La voce di La Pina è tra l’emozionata e l’arrabiata. L’avranno fatta incazzare ancora a Xfaxtor o come cazzo si scrive.

Poi faccio attenzione alle parole lette da Diego. Struggenti.

Kyros un bambino di sei anni che si comporta e parla come un bambino di tre. La casa dove è ospitato. Beneficenza.

Nel “non traffico” romano mi arrivano queste parole.

Arrivo presto a casa, non c’è proprio nessuno.

Stringo forte mio figlio, mi fingo sceriffo, cowboy, spiderman e pompiere. Mangiamo, giochiamo ancora un po’ e poi a letto.

Mi collego a quel sito che aveva suggerito La Pina. Leggo tutto, mi collego a Facebook e leggo la storia di Kyros.

Mi alzo dal divano e vado verso il letto di Leo!

Lo guardo e mi escono le lacrime. Ho sempre detto che è un bambino fortunato.

Gli tiro su le coperte, mi risiedo sul divano. Riprendo il portatile e continuo a leggere.

Domani volevo andare a lavoro nuovamente in macchina, si viaggia comodi. Vaffanculo! Prendo il treno e i 20 euro per la benzina li devolvo alla Casa di Elisa dove Kyros sta tornando ad essere un bambino. Ora questo posso!

Non sarà tanto il mio gesto, ma ho sentito da qualche parte che tante gocce d’acqua formano l’oceano!

Mi alzo, vado in camera di Leonardo, gli do un bacio! Buonanotte cucciolo!

Se volete far parte dell’oceano l’indirizzo è questo.

http://regali.sosvillaggideibambini.org/regali/Categoria-Prodotto/la-pina-per-la-casa-di-elisa/

Stellissimo Cresce

Un video per gli amici che vogliono vedere come stellissimo cresce. Siamo come detto al momento dei perché e dei cos’è. Ragazzi alle volte mi verrebbe voglia di scappare, ma ci sono delle domande veramente fantastiche. Sto raccogliendo tutte le domande di stellissimo e le pubblicherò prima o poi.

La cosa più bella, non sono spesso le domande ma le mie risposte. Stellissimo fa delle domande da professore di filosofia, non è sempre facile rispondere da genitore. Qui ragazzi bisogna tornare o iscriversi all’università.

Come risparmiare per arrivare a fine mese

Suggerimenti per risparmiare soldiDa due settimane sto sperimentando un metodo per risparmiare e poter arrivare a fine mese senza dover rinunciare a qualche benefit che mi posso permettere.

In radio qualche settimana fa era ospite telefonico il direttore di altro consumo, parlava proprio di come risparmiare al supermercato durante la spesa e preso dalla foga ho voluto sperimentare i metodi suggeriti e applicare anche altri.

L’inchiesta di altro consumo, che potete richiedere direttamente sul loro sito, evidenzia che una famiglia media spende durante l’anno 6.372 € per effettuare la spesa. La loro inchiesta ha colpito 61 città e logicamente quasi tutti grandi centri. Continua a leggere

Settembre, andiamo!

Stellissimo va a scuola

Quando arrivava il periodo della scuola, non ero proprio contento di iniziare tutto dall’inizio, come ogni bambino mi piaceva troppo stare per strada con i miei amici, ciaccio, carlo, fabio e tutti gli altri.

Mi piaceva troppo avere le ginocchia graffiate dopo le cadute sull’asfalto bollente dell’estate. Non mi andava di rimettermi i pantaloni lunghi ed essere pettinato a modo.

Poi crescendo cominciava a piacermi andare a scuola per imparare. Mi piaceva quando c’era il tema in classe e meno quando interrogava matematica.

Mi piacevano il tavolo di formica verde con il mio nome inciso sopra l’anno prima e se avevamo cambiato aula, andavo per tutta la scuola a cercarlo e lo portavo in classe.

Era il mio banco! Cinque anni con lo stesso banco, anche l’esame di maturità!

Poi ho provato l’università ma di banchi non ho visto neanche l’ombra. Pagato, fatto test d’ingresso, passato ma non mi andava più di studiare!

Non mi ricordo quello che ho mangiato ieri sera, ma ricordo tutto della scuola. Dall’asilo alle superiori ricordo l’odore, i colori i cognomi e i professori.

Sono stati gli anni più belli, quelli che ti fanno sorridere quando ci ripensi.

Oggi non l’ho visto in prima persona, ma questa foto mi fa sorridere, pensando che solo tre anni fa, era solo il mio piccolo guerriero.

Maestre preparatevi. Il guerriero è cresciuto e non ha mai smesso di dare battaglia!

Auguri Leo!

Tre anni fa

Tre anni fa non pioveva come adesso. Tre anni fa a Roma c’era un sole tremendo e faceva un caldo assurdo. Tre anni fa, lo stesso giorno come oggi, stavo seduto da solo su una scala del San Giovanni di Roma.

Aspettavo e avevo paura e più avevo paura e più il tempo non passava. Alle 14:00 un’infermiera uscì dalla sala operatoria gridando: “chi è il papà di Leonardo?” Non risposi proprio subito. Avevo capito che parlavano di te, ma non avevo associato il tuo nome a Papà!

Papà! Difficile. Difficile capire e assimilare. Difficile rendersene conto in meno di un minuto. Per sette mesi e mezzo mi sono chiesto che faccia avresti avuto.

Difficile immaginarti e immaginarmi padre. Non uno dei giorni più belli della mia vita, ma in assoluto il giorno della mia vita.

“Tranquillo sta bene, lo abbiamo portato in incubatrice”. Da quel giorno io non sono riuscito neanche per un secondo a staccarti gli occhi di dosso.

Venivo tutte le sere all’ospedale ma alcune sere non riuscivo ad entrare in quella sala buia illuminata solo dalle incubatrici sempre accese. Mi dava fastidio vederti con quel filo attaccato al piede che contava quanti battiti faceva il tuo cuore. Mi dava fastidio non poterti toccare e avevo anche paura.

Gli altri parlavano, mi dicevano di stare tranquillo, ma io non ci riuscivo. Volevo vederti fuori da quel posto il prima possibile. Trenta lunghissimi giorni prima di poterti portare a casa. Mi ricordo quando ti ho preso per la prima volta in braccio ho pianto. Era come quando ad un bambino gli regalano un giocattolo nuovo ma per punizione non glielo fanno toccare.

Ero felice, contento ma ancora più impaurito. Avevo paura che ti succedesse qualcosa, che qualcosa o qualcuno potesse farti del male. Le paure di tutti i neo papà amplificate all’inverosimile date dalla tua piccola “dimensione”.

Quarantaquattro centimetri per appena due kilogrammi. Mi stavi su un braccio.

Adesso guardandoti sdraiato sul divano o per terra che giochi mi sento veramente un re. Uno di quelli che hanno il regno più grande di tutti e che non ha bisogno neanche di conquistare nulla perché ha già tutto. Mi chiami un miliardo di volte e spesso solo per sentire che ci sono e adesso che ho capito, quando non mi chiami tu, ti chiamo io.

Auguri, per me resterai sempre il mio “piccolo guerriero” anche se adesso piccolo non ti si addice più.

Ecco perchè io sto con Delio Rossi

Controcorrente? Ma non credo, solamente alcuni bigotti ipocriti non hanno preso una posizione ben precisa.

Non è un gesto da giustificare…Non ha fatto bene…Non è un gesto che un allenatore…

Ecco. Allenatore! Ditemi che differenza c’è tra un allenatore e un uomo. Prima di vederlo in panchina io guarderei l’uomo, sempre pacato e tranquillo.

Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.

Chi di voi non ha mai subito una provocazione? Chi di voi non ha in qualche modo reagito. Lo fate in macchina quando uno vi taglia la strada. La prima cosa è alzare il braccio e indicargli la strada per andare a fanculo. Se ci fosse la possibilità lo picchiereste.

Siamo uomini e non caporali.

Si guarda l’uomo che ha reagito ma non l’uomo che ha provocato. Noi siamo fatti così, si applaude Materazzi che provoca e si condanna Zidanne che mena. Siamo uomini, l’importante è vincere.

Io sto con Delio Rossi perchè i giocatori (fortunatamente non tutti) sono solamente dei pupazzetti capaci di montarsi la testa in meno di un minuto.

Non sbagliano mai, a sbagliare è l’allenatore a metterli in campo. Non perdono mai, a perdere è sempre l’allenatore che non sa mettere in campo la squadra. Quando la squadra non fa risultati loro rimangono li e l’allenatore viene spedito altrove.

Sto con Delio Rossi perchè il ragazzetto di 20 anni non solo non ha rispetto per l’allenatore quando lo manda a quel paese, ma non ha rispetto per l’uomo prima di tutto.

Non ha rispetto per la squadra e per squadra intendo anche il compagno che è in panchina e sta entrando al suo posto, perchè l’applauso è la sintesi di: bravo fai entrare questo al mio posto che sono più forte, non capisci un cazzo!

Io sto con Delio Rossi dovrebbe diventare dieci, cento, mille striscioni esposti in tutte le curve dei tifosi che amano il calcio per mettere fine all’arragonza di certi presunti calciatori.

Si parla tanto dei tifosi che tengono sotto scacco le società minacciandole, vedi Genova, ma non si parla mai dei calciatori che tengono prigionieri gli allenatori con dei veri e propri ricatti: non mi fai giocare? Monto lo spogliatoio e te metto contro. Perdiamo due-tre partite e tu sei fuori!

Io sto con Delio Rossi perchè se si attaccano due giocatori in campo è lo stress agonistico, se lo fa un allenatore è un pazzo e va licenziato!

Sto con Delio Rossi perchè una parola spesso ferisce più di un pugno, ma un pugno lascia il segno più a lungo, così la prossima volta che vorrai provocare un uomo ci penserai due volte, potresti sempre incontrare chi ha le palle per tirarti due cartoni e farti stare zitto.

Ma davero credete che…

Scritto come me veniva in testa, perchè quando so ‘ncazzato penso e parlo male. Chiedo scusa a chi abita fuori dal raccordo. Continua a leggere

Auguri papà

Ho già fatto gli auguri a mio padre stamattina, ma questo post lo voglio dedicare a me.
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Te vojo bene papà

Stamattina ho pensato per un attimo di fare sega a lavoro, come quando alle superiori si andava al laghetto dell’eur sdraiati sul prato.

E sono periodi un po così, vagamente tristi, quelli che mi prendono ogni tanto e ultimamente troppo spesso. Il periodo globale, la stanchezza ormai cronica, il desiderio di staccare un attimo da tutti e tutto.

Poi ti guardi dietro e vedi la famiglia, gli impegni, i buffi da pagà (tanti) e allora rimani. Per distrarmi ho comprato un libro, uno di quelli che ero sicuro di leggere in poco tempo in treno e così è stato. Ho comprato “Neanche con un morso all’orecchio” di Flavio Insinna.

L’ho letto tutto di un fiato. Ho pianto, ho riso, mi sono emozionato e ho pensato. Appena ho chiuso la copertina non so il perché, ma mi è venuto in mente che non ho una foto recente insieme a mio padre e Leo.

Sono figlio e padre. Figlio di un padre severo e rigido che si è ammorbidito da quando sono padre. Sono padre di un figlio adorabile che mi consuma giorno dopo giorno, ma che amo tanto da non poterne fare a meno.

Starete pensando: ma che centra con il libro? Centra, centra.

Tutto quello che non viene mai detto poi ti fa venire sempre il “magone”, che per chi abita fuori dal raccordo, non è un grande mago. È quella sensazione che ti fa riflettere ed esclamare “ma che stronzo”. Quella sensazione di fiato corto, battito accelerato e difficoltà a deglutire.

Magone. Il nodo in gola per le lacrime. Gli occhi lucidi per la tristezza. La testa bassa per la vergogna. Chiudo la quarta di copertina e penso che stasera chiamerò mio padre e gli domanderó come tutte le sere: come va?

Due parole di risposta: tutto bene. Se vuole sapere del nipote il discorso si allunga un pochino, ma oggi è stato tutto il giorno con lui e quindi la telefonata prosegue con il classico: ti passo mamma.

Abbiamo fatto sempre a cazzotti, senza mai sfiorarci con un dito. Mentre mia madre si sgolava per sgridarmi, a mio padre bastava un solo sguardo. Del libro di Insinna ho letto tutto, dall’introduzione, alle bandelle, alla quarta. Non lo faccio mai, con nessun libro.

Non mi interessa sapere quando è nato l’autore, chi ha scritto la prefazione e chi ha ringraziato per averlo sorretto nella difficile stesura del libro. Ma di questo ho letto tutto perché è stato come leggere la propria vita.

La mia vita, e chi non leggerebbe tutto della propria vita? Chi non vorrebbe arrivare all’ultima riga della propria favola?

Sabato quando vedrò mio padre gli diró che gli voglio bene, anche se già lo sa, ma meglio ricordaglielo e poi gli chiederó; “a pà, te fai na foto con me e Leo?”